Il peso di una divisa: il caso Fakir e il coraggio di non giudicare subito
Sono figlio di un appartenente alla Guardia di Finanza. Sono cresciuto tra caserme, divise, sacrifici silenziosi e il senso del dovere che mio padre mi ha…
Sono figlio di un appartenente alla Guardia di Finanza. Sono cresciuto tra caserme, divise, sacrifici silenziosi e il senso del dovere che mio padre mi ha trasmesso senza bisogno di grandi discorsi. Ho visto cosa significa rinunciare a Natale, ai compleanni, al sonno e perfino alla serenità familiare per rispondere ad una chiamata di servizio. È anche per questo che, ogni volta che si parla di Forze dell’Ordine, sento il dovere di ricordare che dietro un’uniforme non c’è un simbolo astratto dello Stato, ma una donna o un uomo che ogni giorno mette a rischio la propria vita per proteggere quella degli altri.
La tragica morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della Polizia di Stato nel quartiere Pilastro di Bologna, ha inevitabilmente acceso il dibattito pubblico. Le immagini diffuse sui social hanno provocato indignazione, proteste e uno scontro politico immediato, mentre la Procura della Repubblica ha aperto un’indagine per ricostruire con precisione quanto accaduto. Sono stati acquisiti i filmati delle bodycam, i video realizzati dai presenti, le comunicazioni radio, le chiamate al 118 e sono stati disposti gli accertamenti medico-legali necessari per comprendere le reali cause del decesso. (RaiNews)
È esattamente questo il punto.
In uno Stato di diritto non sono i video di pochi secondi, né le emozioni del momento, né tantomeno gli slogan urlati in piazza a stabilire responsabilità penali. Lo fanno le indagini, le consulenze tecniche, il contraddittorio tra le parti e, infine, un giudice.
Come avvocato penalista conosco bene il rischio dei processi mediatici. Un’inquadratura incompleta può raccontare soltanto una parte della storia. Una telecamera inizia a registrare quando qualcuno decide di premere “rec”, ma la realtà è quasi sempre iniziata molto prima.
Secondo le ricostruzioni finora disponibili, gli agenti erano intervenuti in seguito alle segnalazioni di residenti che descrivevano un uomo in forte stato di agitazione, intento ad assumere comportamenti aggressivi e a danneggiare beni altrui. Gli operatori avrebbero inizialmente tentato di riportare la situazione sotto controllo, richiedendo anche l’intervento del personale sanitario, prima di procedere all’immobilizzazione quando la situazione sarebbe degenerata. Saranno gli accertamenti della magistratura a stabilire se ogni fase dell’intervento sia stata conforme ai protocolli operativi e se esista un nesso causale tra le modalità del fermo e il decesso. (Reuters)
È giusto pretendere la verità.
È doveroso accertare eventuali responsabilità.
Ma è altrettanto doveroso ricordare il contesto nel quale gli appartenenti alle Forze dell’Ordine operano quotidianamente.
Ogni intervento rappresenta una scelta da compiere in pochi secondi, spesso senza conoscere la storia clinica della persona che si ha davanti, senza sapere se sia armata, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, in preda ad una crisi psichiatrica oppure intenzionata ad aggredire chiunque le si avvicini.
Chi osserva un video dal divano di casa dispone di un privilegio che il poliziotto non ha: il tempo.
L’agente deve decidere nell’arco di pochi istanti, mentre il cittadino può rivedere il filmato decine di volte, rallentarlo, fermarlo e commentarlo.
La differenza è enorme.
La Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Penitenziaria e tutte le Forze dell’Ordine svolgono ogni giorno migliaia di interventi che si concludono senza alcuna conseguenza e che nessuno racconta. Diventano notizia soltanto quei rarissimi casi in cui qualcosa va tragicamente storto.
Eppure ogni pattuglia che esce in servizio affronta una lunga serie di incognite.
Può trovarsi davanti una persona armata.
Può intervenire durante una violenza domestica.
Può essere chiamata a fermare un soggetto in evidente alterazione psicofisica.
Può trovarsi improvvisamente accerchiata.
Può essere costretta a scegliere, in una manciata di secondi, quale sia il minore dei mali.
Ogni decisione verrà poi analizzata per mesi, forse per anni, nelle aule di giustizia e nell’opinione pubblica.
È il prezzo della democrazia.
Ma proprio perché siamo uno Stato di diritto, non possiamo trasformare ogni indagine in una condanna anticipata.
Le immagini della successiva guerriglia urbana a Bologna, con aggressioni agli agenti, lancio di oggetti, lacrimogeni e decine di poliziotti rimasti feriti, dimostrano quanto sia pericoloso sostituire il processo con la piazza. La ricerca della verità non può mai diventare il pretesto per colpire indiscriminatamente chi indossa una divisa. (Reuters)
Chi sceglie di servire lo Stato non è infallibile.
Nessun essere umano lo è.
Se emergeranno errori, essi dovranno essere accertati e sanzionati con il massimo rigore.
Ma fino a quel momento, gli stessi principi costituzionali che tutelano qualsiasi cittadino devono valere anche per chi indossa una divisa.
La presunzione di innocenza non è un privilegio.
È una garanzia di civiltà.
Ed è proprio nei casi che più dividono l’opinione pubblica che dobbiamo ricordare la differenza tra giustizia e vendetta, tra accertamento e pregiudizio, tra diritto e propaganda.
Da penalista continuerò sempre a difendere questo principio.
Perché senza il rispetto delle regole non esiste giustizia.
E senza donne e uomini disposti ogni giorno a farle rispettare, spesso mettendo a rischio la propria vita, non esiste nemmeno lo Stato.

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